“Ernesto Morales e l’eterna città dell’arte ”


Personale di Ernesto Morales
Inaugurazione 8 agosto 2009, chiusura 16 settembre 
Museo Municipal de Bellas Artes Benito Quinquela Martin
Catalogo testo di Victor Fernandez- curatore del Museo de Bellas B. Q. Martin

Appena più di dieci anni fa, Jean Baudrillard, descrivendo il sistema dell’arte contemporanea, ne metteva in discussione quella vacuità fieramente rivendicata unita a quella leggerezza orgogliosamente assunta dai singoli interpreti, dai gruppi e dai contesti, che partecipano alla formazione di un sistema strettamente autoreferenziale, ripiegato sulle proprie pratiche e che legittima un’arte condizionata da valori stabiliti limitatamente all’interno dei propri confini.

Ma esiste un’arte‘altra’che intende impegnarsi in una sfida al tempo stesso semplice e titanica: il profondo coinvolgimento con lo spirito di un’epoca, pur senza rinunciare alla trascendenza. Esistono quindi ‘altri’ artisti, quelli che distaccandosi da ciò che l’ establishments del sistema culturale determina come politicamente corretto, si spingono verso approfondimenti concettuali e conoscitivi, mettono in discussione e comunicano; rivelano, nascondono e testimoniano. Proprietari quindi di un’autentica libertà creativa, ci consentono di ripercorrere esperienze estetiche significative. A questa categoria di artisti appartiene Ernesto Morales.

La complessità dell’opera di Morales ci consente di osservare un artista impegnato con il suo tempo e la sua storia, e che come risultato di un ampio e profondo universo di interessi, è capace di esprimersi con la stessa efficacia in discipline e linguaggi così vicini, eppure così diversi nelle loro specificità, come la pittura e la video-arte. Un artista che al tempo stesso ha anche saputo accogliere nel proprio percorso rilevanti progetti di curatela, di docenza artistica e di gestione culturale, notevolmente apprezzati sia in Argentina che in Italia, sua attuale residenza. C’è qualcosa di quell’Homo Universalis, concetto proprio della cultura rinascimentale, che attraversa la prolifica e poliedrica personalità artistica di Ernesto Morales, tanto che le sue opere sembrano interpretare un’eco attualizzata di quell’ideale, specialmente nella sua ultima produzione pittorica, in cui le città, suo tema ricorrente, evocano con intensità le raffigurazioni rinascimentali della “Città ideale”. Idealizzazione di uno spazio urbano carico di complessi simbolismi, le Città Ideali sono state rappresentate non soltanto nei dipinti, ma hanno popolato anche sogni letterari (ricordiamo la celebre Utopia di Tommaso Moro, la Città del Sole di Tommaso Campanella, la Nuova Atlantide di Francis Bacon). E non sono mancati progetti urbanistici che hanno cercato di rendere concreto quell’ideale (Sforzinda, Pamanuova…), fino alla successiva fondazione delle città in America all’indomani della sua conquista, che ha consentito agli europei di sperimentare una nuova possibilità di rappresentare lo stesso ideale.

Ed è indicativo che chi ci incoraggia a queste riflessioni attraverso le sue opere, sia proprio Ernesto Morales, un artista profondamente americano, intensamente impegnato con i diversi interroganti sull’identità culturale strettamente connessi alla coscienza di un continente giovane, la cui cultura artistica affonda le proprie doppie radici sia nella componente aborigena che nella tradizione europea. “Si dipinge come si vive”, ho dichiarato una volta, così come l’opera di Morales risulta indissolubilmente legata alla sua storia. Pur non volendo cedere a facili interpretazioni, non possiamo non considerare i nessi evidenti tra produzione e contesto biografico di un artista che ha stabilito un rapporto intenso e creativo tra il Rio de la Plata delle sue origini e la sua attuale residenza italiana. E forse, comprendendo quanto è stato detto, potremmo riuscire ad avvicinarci con più profondità a quelle problematiche inerenti la sua produzione artistica, come filo conduttore onnipresente, nei video, così come nei dipinti, attraverso cui Morales sostiene la riflessione sull’identità, le migrazioni e gli spazi di appartenenza. “L’arte succede” diceva Whistler, ed è così, semplicemente, come le città che Ernesto Morales dipinge che non costituiscono rappresentazioni ma apparizioni.

Con tanto di evanescenze, ma anche con tratti di sufficiente verismo, gli spazi e le architetture che abitano i suoi quadri, ci introducono in un’atmosfera profondamente insolita ma al tempo stesso intimamente familiare. La specifica condizione di Morales, (cittadino simultaneamente di diversi mondi) corrisponde verosimilmente a quanto, in ultima istanza, si cristallizza in quelle città che oscillano tra finzione e realtà, tra il sonno e la veglia, tra l’Italia e Buenos Aires. L’ibrida condizione di questi spazi, in cui la dissomiglianza finisce per configurare città ignote ma che sentiamo come se ci appartenessero, non proviene soltanto dall’inclusione occasionale di elementi rappresentativi di realtà urbane che ci sono familiari (l’obelisco e i ponti di Buenos Aires, gli archi e le torri romane…), ma anche da un’elaborazione spaziale che immediatamente ci coinvolge. Le fughe prospettiche lungo cui corrono le strade si perdono in orizzonti indiscernibili; volumi solidi e allo stesso tempo eterei stabiliscono tra loro dialoghi e contrappunti di eleganti formalità; contorni che evocano profili di città in controluce, creando ritmi compositivi efficacemente articolati. Una tavolozza apparentemente ridotta agli elementi essenziali, ci guida alla scoperta di una notevole ricchezza tonale e di sottili variazioni cromatiche che si alternano entro una medesima gamma; al tempo stesso un equilibrio tra forme aperte e contorni netti, riempie le opere di un’atmosfera suggestiva, a tratti indecifrabile, toccando istanti di intima malinconia. Ciò che Ernesto Morales ci svela, è un senso rinnovato della città come simbolo archetipico tra i più antichi che l’umanità conosca. Il nucleo originario delle città era generalmente associato agli “assi del mond

o”, come centro di confluenza tra cielo, terra e inferi, dove il divenire proprio della condizione umana recuperava il senso originario di atemporalità e trascendenza. Le città sono state concepite come celesti, terrene o infernali, sacre e maledette; sono state indicate con nomi ufficiali ed evocate con misteriose denominazioni. Associate spesso alla figura femminile, le città mai conquistate sono state appellate come “vergini”, e quelle che hanno avuto una diversa sorte, come “figlie”. Furono identità più che luoghi di residenza, e rappresentano ancora lo spazio da cui ci confrontiamo con l’universo; e tutte loro si disvelano allo stesso tempo quando ci si sofferma davanti a ciascun dipinto di Ernesto Morales.

Victor G. Fernandez
Curatore del Museo di Belle Arti Benito Quinquela Martin